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Un messaggio in Twitter puó costare il carcere

La settimana scorsa abbiamo parlato dell’avvocato Rosenberg Marzano, che in un agghiacciante video annunciava la sua morte e accusava il presidente del suo paese, il Guatemala, di esserne il mandante. L’omicidio, insieme a quello di un noto imprenditore e di sua figlia, sarebbero legati a una vicenda di corruzione che coinvolgerebbe la coppia presidenziale e la banca Banrural.

Questa notizia ha fatto il giro del mondo in poche ore e nuovi capitoli continuano ad aggiungersi alla triste vicenda; uno fra tanti riguarda da vicino il mondo con cui lavoriamo ed è l’arresto di un cittadino guatemalteco per aver protestato contro l’istituto bancario chiamato in causa, attraverso Twitter.

Jean Ramses Anleu Fernandez
, questo il nome dello sfortunato cittadino, è stato condannato a 3 anni di carcere e gli è stata inflitta una multa di 6000 mila dollari per avere creato “panico finanziario”. Tutto ciò sarebbe stato possibile attraverso pochi caratteri pubblicati su Twitter.

Il suo messaggio diceva “Ritirate i soldi da Banrural, per distruggere la banca dei corrotti” ed era taggato con l’hashtag #escandalogt, in riferimento all’omicidio dell’avvocato Rosenberg.

Questo gesto è costato molto al suo autore, che evidentemente doveva essere messo a tacere, come molti all’interno di questa vicenda.

Noi decidiamo di continuare a non tacere la vicenda e ad usare la forza del mezzo con cui lavoriamo, internet, per diffondere e parlare di questi gesti. La libertà d’espressione è sempre stata attaccata nel corso della storia, ma come si può pensare oggi di togliere la parola a milioni di utenti, in uno spazio virtuale?

Forse è questo un grande punto di forza della virtualità e forse è su questo che bisogna puntare per pensare di immaginare che la collettivitá, attraverso il virtuale, possa incidere nella realtà.

Cronaca di una morte annunciata

Alcuni giorni fa molti di noi hanno interrotto per qualche minuto la propria attività per vedere un video in cui un uomo annunciava la sua morte e ne spiegava i motivi.

Certo, ormai di cose del genere se ne vedono tante, tutti sappiamo cosa sono gli ormai famosi virali in cui appaiono ufo, scompaiono le parole e via dicendo…
Ma questo non è un virale, questo è reale…nel regno dell’intrattenimento per eccellenza, dove ormai possiamo trovare di tutto…ci si ritrova a vedere il video di un uomo che racconta le ragioni della sua futura morte…
Sembra la trama di un film, di uno di thriller di cui già immaginiamo il finale a 15 minuti dall’inizio…
Ma questo è reale: Rodrigo Rosenberg Marzano era vivo fino al 3 maggio, aveva 47 anni e aveva piena coscienza della sua futura morte.
Oggi la sua faccia è già stata pubblicata da tutti i quotidiani del mondo, in fondo a qualche colonna nella sezione esteri, con qualche titolo che sottolinea lo sconcertante annuncio della propria morte e pochi sottolineano che, secondo le sue parole, Rodrigo Rosenberg Marzano è morto ucciso dal governo di quel paese che non aveva mai lasciato con la speranza di poterlo vedere migliore.

La cronaca di una morte annunciata, nell’epoca del world wide web, in un paese dove pare questo accada spesso e dove da ora in poi lo si potrà dire al mondo, vantaggio che però non può impedire che la morte annunciata, se pur gridata a milioni di internauti, sia comunque compiuta…

Segunda parte del vídeo

La crisi di YouTube

Secondo un analisi del Credit Suisse, YouTube costerebbe a Google, che lo acquistò nel 2006, 470 milioni di dollari. I problemi della nota piattaforma di videosharing sarebbero legati agli alti costi di gestione del materiale amatoriale, sempre maggiori rispetto agli introiti derivanti dalla vendita di spazi pubblicitari.
L’avvento di YouTube ha generato una vera e propria rivoluzione nel mondo delle comunicazioni. Come dimenticare la famosa copertina del Time del 2007, in cui si metteva al centro della rivoluzione comunicativa l’utente, che proprio grazie a strumenti come YouTube diventava attivo nella creazione di contenuti?

You-time

A due anni da quella copertina, milioni di persone hanno fatto circolare le proprie produzioni; la rivoluzione in atto è vivissima e indubbiamente ha trovato la sua istituzionalizzazione con l’avvento di Obama, che tutti abbiamo visto riprodotto da video più o meno amatoriali o sul channel presidenziale.
Il problema non è la consistenza del cambiamento, quanto la difficoltà di generare guadagni da questo “movimento globale”. Secondo quanto si legge nell’analisi, YouTube avrà sempre più utenti e questo renderà i costi di gestione dell’impresa sempre più alti e non comparabili con le entrate generate dalla pubblicità di inserzionisti, che inoltre considerano negativamente l’idea di spendere soldi per pubblicizarsi in uno spazio dove i grandi protagonisti (con più click) sono video amatoriali.
Per risolvere questo squilibrio YouTube spende ogni anno 250 mila euro per comprare video fatti in modo professionale, paga le case discografiche per videoclip o i produttori cinematografici per i trailer dei film in uscita: spese che non fanno che aumentare i costi senza riuscire a favorire le entrate.

Durante quella che è stata denominata la rivoluzione generata dagli utenti pare che a creare denaro siano sempre i contenuti di professionisti e, a questo proposito, il Credit Suisse riporta l’esempio di Hulu, un sito in cui è possibile vedere serie televisive, con meno spese di gestione a causa del traffico minore, ma di maggiore attrazione per inserzionisti che pagano per la pubblicità – cioè coloro che a tutt’oggi muovono i più grossi flussi di denaro nel mondo della comunicazione.
Probabilmente l’analisi del Credit Suisse è catastrofica, ma mette sicuramente in evidenza che la rivoluzione delle comunicazione ha messo sì al centro l’utente, senza però metterlo al centro dei guadagni e dei flussi economici che rimangono legati a vecchi meccanismi sempre verticali e non orizzontali come prometteva il termine “You” in quella ormai storica copertina.

Il panico collettivo viaggia in internet?

Che i social network ormai vengano usati come mezzi di informazione è noto, nelle settimane scorse ho riportato l’esempio della notizia del terremoto in Abruzzo, che prima di arrivare alle agenzie di stampa si diffuse fra i messaggi di stato dei più popolari social network.

In quest’ultima settimana un altro avvenimento di interesse mondiale, la febbre suina, ha causato e generato in questo caso, un’ondata di critiche verso uno dei più popolari Social Network: Twitter.

Le principali accuse riguardano il fatto che il sito di microblogging avrebbe generato il panico fra i proprio utenti dando vita a una catena di messaggi allarmisti.

Fra le varie critiche una è per esempio quella del Foreign Policy in cui si sottolinea come spesso gli utenti dei social network, interessati ad avere sempre più contatti, usino le informazioni in maniera sbagliata per attirare l’attenzione.

Il giudizio sul valore informativo dei social network è ancora aperto e contraddittorio, certo è che sono un metodo veloce per la diffusione di un informazione e potrebbero essere usati in maniera più oculata, come avviene per il profilo di Twitter del CDCemergency, attraverso cui si tengono sotto controllo situazioni di emergenza, attraverso informazioni ufficiali.

Questi avvenimenti devono indubbiamente portare a una riflessione profonda sul potere di mobilitazione che questi strumenti virtuali possono avere nella vita reale.

L’hashmob

Dopo il flashmob arriva l’hashmob, un’azione virtuale compiuta dagli utenti di Twitter.
Se il flashmob è un appuntamento reale in cui, all’improvviso, un gruppo di persone si ritrovano per mettere in scena un’azione strana e spettacolare nello stesso momento, l’hashmob ne è, più o meno, la versione virtuale nel mondo di Twitter.
Il nome nasce dalla termine hashtag che è una parola chiave preceduta dal simbolo # e che si usa per indicizzare un argomento in twitter (es:#soluzioneallacrisi) affinché gli utenti interessati possano seguire tutti i messaggi contenenti l’argomento.
Un esempio di hashmob è quello che alcuni giorni fa ha colpito Amazon, riunendo gli utenti intorno alla parola chiave #amazonfail.
La ragione dell’attacco è stata la scomparsa della categoria gay-lesbo nella classificazioni delle vendite, ciò sarebbe avvenuto a causa di un errore di catalogazione, ma questo non è bastato a impedire che l’ira degli internauti si scatenasse.
In pochi giorni la notizia si è diffusa a macchia d’olio nella rete e in Twitter sono stati condivisi migliaia di post etichettati #amazonfail. Uno dei post, ad esempio, sosteneva che Amazon facesse parte di una cabala anti-omosessuale capeggiata dai mormoni.

Per due giorni Amazon è stato vittima dell’hashmob e la situazione si è calmata solo quando gli utenti si sono naturalmente resi conto della non-intenzionalità del gesto.
Tutto è tornato alla normalità e Amazon certamente non subirà danni gravi per quest’attacco virtuale, ma quest’azione ha dimostrato nuovamente quanto possa essere rapida e intensa la diffusione di un’informazione attraverso i social network.

Rifugiati al tempo del web 2.0

REfugees united

Che Facebook abbia cambiato i “costumi sociali” degli internauti lo sappiamo bene, conosciamo bene il significato di espressioni come: “taggare”, “wall”, applicazioni, “Quelli che…” . A tutti noi è capitato di essere rintracciati da un compagno delle medie o addiruttura delle elementari, insomma, con gli strumenti del Social network possiamo arrivare ad avere una quantità di amici virtuale probabilmente irragiungiubile nella vita reale.

Il terremoto che qualche giorno fa ha scosso l’Abruzzo ha poi dimostrato come social network quali Facebook o Twitter siano stati più veloci delle agenzie di stampa nell’informare sul sisma per poi trasformarsi in virtuali luoghi di incontro per raccolta e organizzazione di aiuti.

Dal ludico al serio, piaccia o meno, il social network ha un peso reale nella vita sociale delle persone, ed è probabilmente partendo da questo principio che nel 2005, molto prima dell’esplosione di Facebook, due fratelli danesi, Christopher e David Mikkelsen, hanno creato Refugees United “Il facebook dei rifugiati”.

Per iscriversi al network bastano solo uno username e una password, senza dover diffondere i propri dati anagrafici (cosa pericolosa nel caso di profughi e rifugiati) ed è destinato ai tanti che a causa di guerre, carestie e tragedie legate a conflitti, sono costretti alla fuga dai paesi d’origine.
Lo scopo di Refugees United è dunque quello di aiutare a rintracciare e rincontrare le proprie famiglie in giro per il globo e gli iscritti fin’ora sono qualche centinaia.
Certamente uno dei problemi più grossi è che per profughi o rifugiati non sempre è semplice accedere a Internet, ma come ha commentato Christopher Mikkelsen «Non sono molte nel mondo di Internet ma nel mondo dei profughi sì».

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